Verso una raccolta di Owen Barfield

Non c’è molto pubblicato in italiano di questo autore, il cui cristallino pensiero continuo ad apprezzare.

Questo de “Il Figlio di Dio e il Figlio dell’Uomo” è il 4° o 5° suo articolo che traduco, con piacere. Chissà se potrò prima o poi proporre una raccolta ufficiale agli italiani? Sempre a passo lento, ma mi dirigo in quella direzione.

Guardavo ieri il recente film Hercules, anch’egli figlio di Dio, o meglio di Zeus, e di madre terrena. Pur se di leggenda pagana non era l’unico uomo mezzo Dio delle antiche leggende. E ho trovato meno incomprensibile il concepimento tanto misterioso di Gesù.

 

Owen Barfield solo per chi legge inglese?

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Sono tornato a tradurre antroposofia. Continuo con Owen Barfield, visto che parla inglese, una lingua che non mi dispiace praticare. L’esperienza con Kuhlewind è stata buona, e spero un giorno potrò continuare con lui, ma evidentemente la lingua madre dell’autore è fondamentale. Meglio evitare la traduzione della traduzione, come è meglio tradurre sempre verso la propria madre lingua: specialmente per l’antroposofia, che se è di quella buona è poesia; scientifica, esoterica, religiosa, non perde mai la buona qualità poetica.

Non mi sono quasi mai interessato alla poesia, anche se a volte ne avrei bisogno per avere delle buone parole da cantare. Owen Barfield, assieme agli antroposofi, mi ha mostrato la poesia nella prosa, e forse è grazie a lui che ho iniziato a leggere poesie. Prima ne ero astemio.

Ogni sua parola o combinazione di parole è ben pesata, probabilmente per controbilanciare quel decollo della coscienza tipico dei buoni libri esoterici. Il volo è ben equipaggiato, il sistema di zavorre apporta equilibrio e, se ben controllato, assicura piacere nella lettura e un dolce atterraggio.

L’articolo che mi intrattiene tra l’inglese e l’italiano s’intitola “Materia, Immaginazione e Spirito”, pubblicato la prima volta pubblicato nel 1974,  e poi raccolto nel volume “The rediscovery of meaning”.
Di cosa parla? Beh, per descrivere un immagine, da una parte del precipizio sta la Materia, lo Spirito dall’altra. L’Immaginazione dell’uomo sta tra i due come un ponte, o come un’ arcobaleno.
Cosa si intende per dualità spirito-materia? Tutti sanno dare una risposta alla domanda ed è bene rilevare quello che tutti ne pensano per non tralasciare qualche buona opinione.

Come si ha praticamente a che fare con lo spirito? Si può parlare di percezione dello spirito come della percezione della materia?

Non è vero che mischiamo volentieri i due, ad esempio intrattendoci coi fenomeni paranormali?

Coming soon…lavori in corso…

ps: Nell’immagine c’è un link ad un intervista-documentario su Owen Barfield; parla malissimo, per questo ho fatto dei sottotitoli.

 

 

Owen Barfield in Calligrafia

Entrambe la calligrafia e l’arte della spada dipendono dalla potenza del polso che si fonde allo spirito nel cuore.

La verità della calligrafia dev’essere intuitivamente afferrata. Lo stesso vale per la scherma. Entrambe cercano ritorno ad uno stato di semplicità.

Gradualmente iniziai a capire…

—dal film: HERO—

Owen Barfield – Il Sé e la Realtà

Altre Realtà

Momento poetico in Logos e Struttura del mondo

….

..

.

In attesa del sonno

Ogni cosa dice: Pace

Insondabile silenzio davanti a ciò che sta vendendo: Silenzio di benvenuto

Eternità in crollo

Oltre gioia e dolore

Giunge ora la Luce-del-Mondo?

Sei Preparato?

Il Sè e la Realtà – Owen Barfield

per Lorenzo… un pò di antroposofia per piacere!

Traduzione di Self and Reality, pubblicato la prima volta nel 1971 nel The Denver Quarterly ® , in seguito raccolto nel volume The rediscovery of Meaning and other Essays.

Parte 1 di 7

La domanda “ma Io esisto?” viene di rado posta e probabilmente non è neanche molto spesso formulata esplicitamente nel pensiero. Qua e là, è da ammettere, v’è evidenza che essa sia stata formulata epperò risposta in negativo. Nell’imbatterci in un filosofo del linguaggio che obietta l’utilizzarsi della parola “coscienza”[consapevolezza], o quando leggiamo qualche pagina di una qualche sociologia comportamentale, o della psicologia sulla quale essa si basa, giungiamo presto a quell’evidenza. In ambito Marxista un deciso “si” sarebbe deviante, se non perfino esuberante eresia. Ma cosa che più importa per il mondo libero è l’evidenza tutto intorno a noi che precisamente quella tacita domanda, o dubbio, sia presente come occulta corrente subconscia in così svariati campi del pensiero e del sentimento contemporaneo. Dubitiamo facilmente di tutto, perché dubitiamo di noi stessi.

Sembra improbabile che questa domanda quasi sia divenuta parte dell’aria che respiriamo. Ma così è, e può far bene iniziare a tirarla fuori dall’aria mettendola sobriamente giù su carta per darle una risposta. Questo è ciò che le seguenti pagine tentano di fare, ed è a questo scopo che iniziano con l’esaminare come la domanda venne ad essere in primo luogo chiesta.

Le basilari assunzioni riguardanti l’uomo e l’universo, di fondamento alle attitudini mentali ed emozionali dei tanti, vengono a trovarsi per la maggiore essere state rilevate, inesaminate, dal più nettamente definito pensiero filosofico o scientifico dei pochi; ed in questo contesto “i tanti” includono anche quei pochi che sono produttivi nei campi di arte e letteratura. Nel nostro tempo queste basilari assunzioni non sono più quelle di un violento e dichiarato positivismo. Il termine “riduzionismo” è di uso piuttosto comune quale etichetta peggiorativa per la dottrina, ora spesso considerata fuori moda, secondo la quale niente è “reale” eccetto stimoli fisici e fisiche reazioni. La mente non ha una realtà distinta; malgrado tutto, l’uomo non è una macchina irrazionale; egli è un organismo psicosomatico.

Quest’epiteto descrittivo (psicosomatico) è ovviamente stato presto in prestito alla medicina con lo scopo di escludere una antiquata distinzione tra la “mente” o “anima” (psiche) dell’uomo, da un lato, ed il suo “corpo” (soma), dall’altro lato. Potrebbe a volte esser necessario per scopi pratici, ma è considerato rigorosamente ascientifico distinguere la mente dal corpo o il corpo dalla mente.

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Il Sé e la realtà – Self and Reality – Traduzione

Heroes speakers of the Logos

Kierkegaard, Barfield, Hegel, Steiner, Gentile, Malebranche, Scaligero, Kuhlewind, Goethe

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Barfield: evolution as evolution of consciousness, idols, imaginative perception, symbolism, organic thinking, romanticism, original and final partecipation,
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Steiner: observation of thinking, one-sidedness, goetheanism-epistemology, earth evolution,
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Gentile: actualism=the act of thinking, abstract and concrete logo, essence-existance, subject-object, analysis-synthesis,
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Scaligero: animadversio, living thinking, a-dialectical connection, concentration, dialectical possession, psychisms, brain-mental alteration–persistance, reintegration of man,
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Kuhlewind: wordlike, training of consciousness, subconscious-supraconscious, self-education, senses education, intuitive reflection, a-letheia, phenomena of attention, cognitive feeling, poors in spirit, soul hygiene, reading of the given, gentle will,
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Malebranche: true and occasional causes, true-eternal/temporary-apparent goods, Order as Logos, charity as love of order, grace, faith grounded in reason,
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La Preghiera di Sören Kierkegaard

Tra le prime parole del libro “Works of Love” – 1847

Come potrebbe l’amore venire adeguatamente discusso se Tu venissi dimenticato, O Dio dell’Amore, sorgente di tutto l’amore in cielo ed in terra, Tu che niente hai risparmiato, ma tutto hai donato in amore, Tu che sei amore, così che uno che ama è quello che è solamente stando in Te! Come potrebbe l’amore venir adeguatamente discusso se Tu venissi dimenticato, Tu che hai reso manifesto ciò che l’amore
è, Tu, nostro Salvatore e Redentore, che hai donato Te Stesso per salvare tutto! Come potrebbe l’amore essere adeguatamente discusso se Tu fossi dimenticato, O Spirito dell’Amore, Tu che niente prendi per Te stesso, ma ci ricordi di quel sacrificio d’amore, ricordi al credente di amare com’egli stesso viene amato, il prossimo suo come se stesso! O Amore Eterno, Tu che sei ovunque presente e mai senza testimoni ovunque Tu sia chiamato, non essere senza testimoni in ciò che qui vien detto sull’amore o sulle opere d’amore. Vi sono solo poche azioni che il linguaggio dell’uomo specificamente e con difficoltà chiama amore, ma il cielo è tale che lì nessun atto può esser piacevole a meno che non sia un atto d’amore – sincero nella rinuncia di sé, incoraggiato dall’amore stesso, e per questa precisa ragione non rivendicante compenso alcuno.

My Anthroposophy

Anthroposophy, though not famous, has become quite rich even after Rudolf Steiner died. He actually set the example in first place for this richness to be noticed, releasing circa 30 books and lecturing intensively, so that the world can now avail of circa 300 books of his lectures also. (English translations are published for free at rsarchive.org, in website format, easy to convert in to book for printing. Steinerbooks, Triades and Editrice Antroposofica are 3 big references respectively for the English, French and Italian languages)

Others came after him, people who have surely understood him as he hoped for, along with people who have “understood” him in some other ways. What I think distinguishes the formers is that through their deeds the thought “This is my anthroposophy” transpires. Those I promote in this website have for sure made anthroposophy a main part of their own life, being in this ways able to adapt it for being communicated as their current age required. Along with Georg Kuhlewind and Massimo Scaligero I may name others I have come to know only partially  but who still speak the thought I have already whispered : Owen Barfield, Karl Konig, Richard Bunzl. What can be noticed about these people is that they are not overwhelmed with contents, but have “digested” it profoundly instead, so that their intention, art, and presence can be felt: they are speakers talking to the individual, the reader, not just explaining things they have understood. Others again I repute pretty good: Linda Sussman, Dennis Kloceck, Friedemann Shwarzkopf, Michael Lipson, Norbert Glas, Varborg Werbeck, Stephen Tallbott.

Anyway my 2 favorites are those I feel were able to put a more emphatic stress on some main points which recent evolution calls forth. Searching the web I was only able to find one person who have actually used the term “my anthroposophy”, Robert McDermott, who has quite an eastern approach I didn’t dare to investigate yet.

People have their religion, their philosophy, their science, their culture…having one’s own anthroposophy must be just a similar quality. In an italian forum I had written about this idea, but it hasn’t proved to be very attractive. Yet, I still find it of value and what follows is a translation to English (beware!, it has a meditative character):

Anthoposophy is but a keyword meaning “wisdom of man” or “spiritual science”. With this name his founder wanted to distinguish it from the path he himself has followed, at the outset with the so called philosophy, then with the so called theosophy. The three of them, anthroposophy, philosophy and theosophy, all define something specific, that as such tend to have a name.

What is behind this name may mean a lot or a little for a person, according to the meaning she was able to assign to it. Its most profound meaning though is hardly communicable with this simple word, and so it can easily be compared to the meaning applying to the words Christian or communist, for example, that is, of party or of legacy.

And yet, not knowing this keyword may mean a big difference for the individual who has come to know it, in such a way that he could give it the proper meaning, the proper importance in her catalog. Even better, appropriately communicable, according to the recipient, who may be judged according to appearances only.

Differently from other specific or party fields, though, every person considering himself anthroposophist can give a new definition to the meaning of this word, being implicit in its foundations that anthroposophy is in reality some inner thing, not meaning subjective, that it can for this reason have new impacts on exteriority.

Man in his completeness, as a spirit-soul-body being is the center of the anthroposophical ideal, and not the ideal the center of man, be it anthroposophist or not.

Entre Les Mains D’un Homme

“En remerciant Katty, la meilleurE enseignante de Français du monde entier.”

ENTRE LES MAINS D’UN HOMME

Cette image a beaucoup de significations dans plusieurs des contextes. Avant tout, non seulement une femme se met entre les mains d’un homme, de la même façon qu’un homme peut aussi se mettre entre les mains d’une femme.

Ce qu’un Homme peut prendre entre ses mains physiquement peut aller d’une quantité maximale de peu de valeur, comme aussi à quelque chose de petit, mais de grande valeur, ce qui implique responsabilité. En tout cas, avoir quelque chose en main implique responsabilité, autant pour une chose physique que pour une chose idéale.

D’autre côté, se mettre entre les mains de quelqu’un veut dire lui faire confiance, en sachant que la responsabilité que nous posons sur l’autre est quelque chose qu’on partage:

«C’est à toi la responsabilité, en même temps que c’est à moi la responsabilité finale».

Cette confiance est fondamentalement basée sur la connaissance: des limites de l’autre, en même temps que de ses capacités. Cette connaissance n’est pas statique, mais tend à connaitre de plus en plus, au moyen de certaines assomptions que nous fixons quand on connaît: quand nous nous mettons entre les mains d’un autre, en prenant l’autre entre nos mains.

Strenght of Reason and Instincts – I and Ego – Truth and Reality

by Massimo Scaligero in “Reincarnazione e Karma” (untranslated “Reincarnation and Karma”)

The West, through sagacious investigators, shows at times signs of a clearer vocation about the theme (of Reincarnation). This in fact concerns the I, postulates the I, the subject of the life of the soul and thereby of the karmic connection. The connection can only be realized by a s u b j e c t, by an I, independent from it. Concerning the cognitive setting on the theme, difficoulties are born by the fact that the I of the european-american man is mainly a “rational I”. It is a strong I, even too much, though as an I moved by instincts(drives), because of its very mere rationality: an I which doesn’t exit the soul, doesn’t know its own independence from the soul, and thus from karma: it doesn’t know its own spiritual nature. On the conscious plane, this I is simply a rational entity, a very weak entity. Reason indeed possesses truth(s) of which instincts are void: instincts dispose of a strenght that reason lacks.

From the standpoint of strenght, instincts are true, because they have power of reality, while reason is false because it doesn’t have the strenght for living what it conceives as real. At the rational level the I is weak, while being powerful on the instinctive sphere, as an ego,  as subjective I, incapable of  overcoming nature, for it is taking support from nature, whence it draws strenght, whence it draws reality. And then happens that this I, intimately true though substantially illusive, for not being strong per se but thanks to its own instinctive support, uses rationality as a tool for its own enslaved service to the instincts. Though without sensing this.

***

The rational I, in the West, poses from time to time the problem of Reincarnation: but if such an I is substantially governed by intincts(drives), it’s not reason that faces the extra-sensible investigation, but rather instinct is. Just then one can discover that karma makes use of instinct in order to work on man incapable of a rationality that moves from the I. The genuine rational shouldn’t be a product of the soul, but rather of the I in the soul. Just as a “cunning of reason” exists, so exists a cunning of instinct.

Ordinary man, whose reason is unconsciously subjugated to instincts, is the dialectical man, codifier for his own servitude. That’s the man feeble in will. With the feeble will he’s brought, unaware, to contradict the karma. But here karma is already operating: it works with all its formally irrational power there where reason is uncapable of its own autonomous movement, the movement according to the I, which is true knowing. There where reason, instead, has foreboding of such a drama, it can turn to the knowledge of karma: which is a positive fact. But now then the problem resurfaces in the fact that reason tends to such a knowledge not through the positive I, conscious of its own posing, but  rather through the dialectic I, the I not founded on itself, oblivious of its own power of boundlessness beyond the rational soul.

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